The librarian post: due "facce della stessa rabbiosa moneta"


[Rubrica The librarian post]

Sono le facce della stessa rabbiosa moneta, a fronteggiarsi nel piazzale.

Non è affatto facile trovare le parole adatte per commentare il libro che voglio consigliarvi oggi, perché si tratta di un testo tutt'altro che semplice: A viso coperto di Riccardo Gazzaniga è un romanzo complesso, duro, profondo, forte, coraggioso.
Siamo a Genova. Ad ogni partita di calcio, una battaglia rischia di scatenarsi dentro lo stadio o nelle strade della città ed è una guerra violenta, piena di rabbia: da un lato gli ultrà, che poco hanno a che spartire con il tifo, votati a sovvertire le regole imposte da uno Stato che opprime e non comprende, mossi soltanto da odio, aggressività e condivisione di metodi e mentalità con un gruppo che in realtà è piuttosto eterogeneo (dal punto di vista personale, sociale e politico); dall'altro lato, i celerini, poliziotti di strada, animati dal senso di giustizia ma talvolta trascinati da un vortice di brutalità, che li spinge a commettere atti barbari e illegali, come i loro avversari.
Come si fa a parlare di un argomento di tale portata, senza cadere nella banalità dei commenti che si sentono in televisione o al bar dopo questo genere di scontri? E, soprattutto, come riesce a farlo un poliziotto che lavora proprio nel Reparto mobile, regalando ai lettori un libro che esplora tutti i punti di vista, senza luoghi comuni e con il coraggio di raccontare le emozioni controverse che agitano l'animo delle persone coinvolte nei combattimenti?
Riccardo Gazzaniga, poliziotto di Genova, ci riesce meravigliosamente. A viso coperto è un romanzo corale, con una rete di personaggi che, attraverso prospettive differenti, disegnano una trama movimentata, ricca di tensione, in cui non manca anche qualche colpo di scena. Nelle due parti contrapposte lo scrittore racconta di individui dissimili tra loro, con una storia personale, un carattere, una cultura differenti, ma ogni componente di una delle due fazioni ha un suo personaggio speculare nell'altra: laddove abbiamo l'ultrà puro e duro, che non si fa scrupoli, all'opposto c'è il poliziotto che non esita a tirar fuori il manganello e usarlo senza criterio; se da un lato c'è l'ultrà che si chiede se davvero valga la pena rischiare, dall'altro c'è il celerino che ragiona su quanto sia necessario mantenere la calma nelle situazioni di emergenza; se da un lato c'è il ragazzino che gioca a fare il duro negli scontri di piazza credendo di essere completamente d'accordo con una certa mentalità, dall'altro c'è il giovane agente che è convinto della sua mentalità, finché qualcuno (o qualche evento) non apre loro la mente e li fa riflettere.
Sicuramente questa pluralità di punti di vista è uno dei pregi del libro: di fronte a un argomento complesso, dove tutti esprimono giudizi credendo di avere la soluzione in tasca, a volte è bene fermarsi a pensare, ad indagare in quel territorio sconosciuto e spaventoso rappresentato da quel che non credevi, da quel che non volevi vedere perché è opposto al tuo modo di essere. Ormai con la frenesia dei social network tutti sono spinti ad avere un'opinione immediata, a sancire con un post o un tweet da che parte stanno, ma non sempre è facile, non sempre è necessario: si può anche non averla un'idea chiara, si può anche fermarsi a meditare, per capire e magari contraddirsi.

Un altro elemento positivo del romanzo è il coraggio di narrare quel lato oscuro e immorale, presente nell'istinto di ogni uomo, che è la sua parte violenta: 

Quando era lì qualcosa dentro si svegliava. Era il figlio illegittimo di istinti primordiali, era un fantasma richiamato alla vita dalla paura, dalla rabbia, dalla confusione. Dall'istinto di sopravvivenza.
Era una voce che ti faceva reagire come non avresti mai detto. Così poteva essere che urlassi, che volessi andare in mezzo alla mischia da solo o scappar via dimenticandoti dei colleghi. Potevano capitare tante cose, ma tu sentivi chiara quella voce. Un bravo poliziotto imparava a dominarla, magari a sfruttarla per non cedere alla paura. Qualcun altro ascoltava quella sirena, fracassandosi contro gli scogli. 

C'è qualcosa dentro di noi che dà un'incredibile scossa di adrenalina, quando ci si ritrova in alcune situazioni, quando si è in mezzo alla folla, quell'essere spaventoso, che trascina inevitabilmente, come sosteneva Manzoni, quanto l'acqua.
Ovviamente l'intento dell'autore non è giustificare: nessuno dei comportamenti di entrambe le parti è legittimo; vuol semplicemente far capire, fare aprire gli occhi, anche se non è affatto facile e ce lo conferma il suo alter ego, nel romanzo, il sovrintendente Nicola Vivaldi. Come dice Carlo Bonini -dalla quarta di copertina: "Travisati. Gli uni e gli altri. Dietro un casco da Op o una sciarpa da ultrà ci sono la violenza del clan e quella parte inconfessabile di ciascuno di noi che Gazzaniga costringe finalmente a guardare".
E' incredibile quel che accade al lettore di fronte a tutto questo: ogni emozione forte trascina; a caldo capisci ogni sensazione provata dai personaggi, per poi ammorbidirti, a freddo, e riflettere, ragionare. Gazzaniga ti costringe a guardare, sì, ha perfettamente ragione Bonini.

Un altro punto su cui vorrei soffermarmi un attimo è quella specie di empatia nei confronti del proprio avversario, che vien fuori in più punti del romanzo, ad esempio in questo passo:

Succedeva lo stesso in piazza, dove ti scontravi con gente malmessa quanto te. Mica con chi truffava o appaltava il bene pubblico delle mafie. Con chi sbeffeggiava la magistratura e sputtanava il denaro dei cittadini. In strada abbattevi il manganello solo su persone che avevano il tuo stesso reddito, i tuoi stessi sogni, speranze e frustrazioni. Oppure su lavoratori che avevano perso il posto, o su cittadini che difendevano il loro territorio dalla minaccia di opere pubbliche insensate.
In piazza tu rappresentavi lo Stato a cui loro chiedevano risposte. Ma se lo Stato quelle risposte non le aveva, parlavano solo i manganelli.

Le parole, espresse dal poliziotto Fabio, amico di Nicola, mi hanno fatto ricordare la poesia di Pier Paolo Pasolini, sui fatti di Valle Giulia: 

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
[...]
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
[...]


Concludo così, lasciando aperta la riflessione, con parole che invitano a guardare con occhi diversi il presunto avversario: da un lato il poliziotto che si rende conto di scontrarsi spesso con chi è un suo pari livello, dall'altra Pasolini che invitava i Sessantottini a capire quanto le forze dell'ordine, contro cui lottavano, non erano altro che ragazzi come loro.
La verità non è mai una sola. E non è tutto o bianco o nero. Dobbiamo imparare a pensare con lentezza e considerare più punti di vista. Grazie a romanzi come questo ci si può riuscire.


A viso coperto / Riccardo Gazzaniga
Torino, Einaudi, 2013
532 p.

Lo potete trovare nelle seguenti biblioteche


Voto assegnato su aNobii: 4 su 5
Se dovessi tradurlo in decimi: 9 su 10

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